Odu – Centri Di Identificazione Ed Espulsione Pi Inutili O Pi Dannosi Unintervista A Caterina Mazza

Questa media, ha ricordato la dott.ssa Mazza, è in linea con quella europea, che oscilla fra il 40% ed il 60%.Secondo i dati forniti dalla dott.ssa Mazza e basati su un’indagine dell’ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) si stima che in Italia siano presenti 326.000 immigrati irregolari. Di questi ne sono stati rimpatriati, dopo un periodo di trattenimento nei CIE, 4.015. In mancanza del primo elemento, però, il secondo non può trovare attuazione. Se uno straniero non è in possesso di documenti validi per procedere ad una corretta identificazione sono possibili due alternative: o lo si identifica attraverso le impronte digitali; oppure è necessario l’intervento dell’autorità consolare del paese di presunta provenienza dello straniero che, appunto, ne renda certa l’identificazione.

Entrambe queste procedure, però, non garantiscono l’identificazione.

E’ da poco uscito il libro “La prigione degli stranieri” (ediesse edizioni) scritto dalla dott.ssa Caterina Mazza, ricercatrice presso l’università di Torino. In esso viene affrontato il tema del ruolo e della storia dei centri di identificazione ed espulsione (CIE), dalla loro istituzione ad oggi, nel contesto della società italiana ed europea. Marco Colucci e Daniele Lucchini, in rappresentanza dell’Osservatorio Diritti Umani, hanno contattato telefonicamente l’autrice per avere un confronto sui temi trattati nel libro.

Partendo da un’analisi quantitativa del fenomeno, l’autrice ha ricordato come la media delle persone che sono transitate annualmente nei CIE tra il two thousand eight e il two thousand twelve sia stata pari a 8.800; mentre la media dei rimpatri effettuati annualmente a seguito della permanenza nei CIE nello stesso periodo è stata pari a meno del 50% delle persone trattenute. Ne consegue che, stando a questi dati, la percentuale di rimpatri effettuati rispetto al totale degli stranieri irregolarmente presenti in Italia si attesterebbe all’1,2%.Con riferimento quindi ai tempi di permanenza nei CIE, la dott.ssa Mazza ricorda come, pur prevedendo la legge un periodo massimo pari a 18 mesi, la media (basata su dati del 2011, ultimi disponibili) si attesta a circa 50 giorni di trattenimento. Al termine dei quali, mediamente, più di un trattenuto su due viene rilasciato senza che il trattenimento sia servito agli scopi per cui era stato disposto.Ad ogni buon conto, il fine dei CIE è, come vuole il nome stesso, identificare gli stranieri per poi, successivamente, espellerli dal territorio italiano.

Questo, in buona sostanza, significa che, mediamente, più di una persona su due ha visto comprimersi temporaneamente il proprio diritto alla libertà personale senza che, alla fine del periodo di trattenimento, ne sia scaturita un’espulsione.Al di là delle differenze numeriche, comunque, il risultato è la ridotta efficacia, per non dire nulla, dei centri di identificazione ed espulsione. Perché questi centri funzionano così male? Abbiamo provato, con l’aiuto di Caterina Mazza, a tratteggiarne le maggiori criticità; anche se è necessario premettere, a questo proposito, come una delle principali difficoltà consista nel fatto che i CIE sono pressoché inaccessibili al pubblico; e, di conseguenza, è molto difficile reperire informazioni certe relative alle condizioni di vita interne nonché ai costi sostenuti per il loro funzionamento.> newsFrançois Crépeau, Special Rapporteur dei Diritti Umani dei Migranti per le Nazioni Unite, ha invece stimato che nel two thousand twelve fossero presenti in Italia tra i 440.000 ei 540.000 immigrati irregolari. Anche se, ricorda l’inviato ONU, questa stima è probabilmente calcolata al ribasso, in quanto tiene conto solo degli immigrati che in qualche modo sono entrati a contatto con le autorità italiane. In ogni caso, ricalcolando la percentuale di cui sopra sulla base di questi dati, essa risulta essere pari ad appena lo 0,75%. Thirteen della Costituzione italiana.I CIE, in conclusione, andrebbero chiusi e al loro posto dovrebbero essere istituiti dei meccanismi di controllo dell’immigrazione rispettosi dei diritti umani degli stranieri.

Per quanto riguarda le impronte digitali, infatti, non è scontato che esse siano già registrate in un database che permetta di associarle ad una determinata persona; le autorità consolari estere, invece, non sono sempre disponibili o in grado di identificare i propri (presunti) connazionali.

Alla luce di queste considerazioni, l’impressione condivisa tanto dalla dott.ssa Mazza quanto dall’Osservatorio Diritti Umani è che i CIE offrano una risposta inadeguata al problema che vorrebbero risolvere a scapito di alcune libertà fondamentali dei trattenuti; e che, di conseguenza, presentino forti dubbi di legittimità costituzionale e di aderenza rispetto agli standard imposti dal diritto internazionale dei diritti umani.

Ma questa è solo una delle stime disponibili.

Se poi si effettua il confronto tra il numero totale stimato di immigrati irregolarmente presenti in Italia e il numero di rimpatri avvenuto a seguito della permanenza in un CIE ne issue un dato che dimostra, sostanzialmente, l’inutilità stessa dei centri in questione.Ma anche ammettendo che l’identificazione avvenga con successo, può accadere – e nei fatti accade – che non sia comunque possibile rimpatriare uno straniero irregolarmente presente in Italia: questo può essere dovuto alla mancanza di vettori a disposizione, alla mancanza di personale di polizia da utilizzare come scorta per i rimpatri, alla mancanza di collaborazione degli Stati di provenienza e ad altri motivi ancora.Questa palese inefficienza pone in dubbio la legittimità dei CIE in relazione ad alcuni principi cardine dello stato di diritto, a partire dal principio di inviolabilità della libertà personale, sancito da numerose convenzioni internazionali sui diritti umani di cui l’Italia è parte e, a livello di diritto interno, dall’art.

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